“Questo ci preme assai: inserire nell’animo dei nostri ragazzi la carità, non debbono solo ricevere, ma debbono saper donare.”

Don Bepo

È impossibile non fermarsi a pensare a quanto successo a Manduria nei giorni scorsi. Ragazzi che in gruppo commettono atti violenti nei confronti di una persona anziana e con fragilità psichiche. Le domande che possiamo porci sono tante, e probabilmente non trovano nemmeno una risposta soddisfacente, ma fanno risvegliare in noi una responsabilità enorme, e dovrebbero spingerci a rimettere al centro la questione educativa, che non può essere relegata solo ai genitori o a pochi.

“A che cosa stiamo educando i nostri ragazzi? Come li stiamo educando?” Possono essere queste delle domande che possiamo farci, ma credo che non siano le domande giuste. Forse è più corretto chiedersi: “A che cosa ci educhiamo? Come ci educhiamo?” Cambia il soggetto, non solo loro, ma noi, perché la questione educativa non è mai chiusa, e non può essere solo di pochi. Le domande così poste, ci richiamano ad un compito che quotidianamente dobbiamo avere verso noi stessi e verso gli altri. Possiamo ben capire che non può essere l’attenzione all’ “io” il centro della nostra vita, ma è il prendersi cura gli uni degli altri che ci può permettere di impedire questi avvenimenti, o di superarli nel modo migliore.

In molti in questi giorni hanno giudicato e pensato immediatamente al “conto” da far pagare a questi ragazzi, forse perché siamo estremamente convinti che il “problema” dobbiamo buttarlo fuori per risolverlo. Ci dimentichiamo però che i fallimenti possono essere un apice dell’esperienza educativa, e che per risolverli dobbiamo imparare ad accoglierli per trasformarli. Parole difficili da capire forse, ma è ciò che ci può permettere di cambiare radicalmente le cose: non cancellare, ma permettere di trasformare. È quello che noi cristiani professiamo nella fede del Risorto: Dio ha trasformato l’estremo rifiuto, la sua morte, nel dono della vita eterna per ogni uomo.

Di fronte a questi fatti allora, dobbiamo essere capaci di riprendere in mano la nostra qualità più bella: prenderci cura gli uni degli altri. È questo il cuore dell’azione educativa. Ogni giorno dobbiamo educarci ed educare, a donare agli altri ciò che possiamo e ciò di cui hanno bisogno, non partendo dalle cose materiali, ma dalla relazione e dalle piccole cose. Non serve a nulla occuparci delle emergenze, se non siamo capaci di occuparci di chi ci sta accanto; non serve a nulla occuparci di è nel bisogno estremo se chiudiamo la porta a chi vive accanto a noi. “Non debbono solo ricevere, ma debbono sapere donare” diceva don Bepo Vavassori, fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. La questione è tutta racchiusa in questa frase.

C’è un segreto che permette di fare tutto questo senza studi particolari, e con molta semplicità: la gratitudine. Essere grati per ciò che si ha ci spinge a dedicarci all’altro, chiunque esso sia. La gratitudine ci apre gli occhi per vedere che nulla ci è dovuto e che tutto ci è donato per amore, a partire dalle cose più piccole e semplici fino a quelle più grandi. Riconoscere con gratitudine ci permette di donare, di prenderci cura gratuitamente.

Lo scandalo e il dolore di ciò che è successo a Manduria, è ancora più forte perché commesso da adolescenti minorenni e neomaggiorenni, il nostro futuro. Un futuro che non è considerato, un futuro solo in un mondo estremamente trasformato, che è abbandonato a pochi.

Ci sta spaventando il futuro, ma il futuro lo educhiamo noi.

 

Don Dario Acquaroli